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Oggi il cuore mi è uscito dalla gola, da quanto era agitato. L'ho tenuto un pò fra le mani poi l'ho posato a terra.
Ho pianto.
Distruggo le cose solo per sentirmi peggio. Ecco che allora mesi di impegno e sacrificio vanno a farsi fottere per una stupida voglia di distruzione. Ma io in realtà non voglio distruzione. Voglio perfezione, o qualcosa che ci si avvicini. Voglio che le mie anche escano dal mio corpo, voglio guardarmi allo specchio e non sentirmi così orrenda.
Voglio vanità e sicurezza. Voglio potermi fidare di me.
Oggi l'ho lasciato lì a terra a calmarsi. Rantolava e batteva forte, così forte che lo sentivo ancora nel petto.
Vorrei solo essere migliore.
Questa nicotina mi fa chiudere gli occhi e mi getta nei ricordi. Mi piace tirare e concentrarmi sul sapore amaro, posso quasi distruggerlo con la lingua quando è nella mia bocca.
Così i miei pensieri diventano nuvole che soffio via, distanti. Il cielo scuro, la birra scorre, le persone patetiche si avvicinano per fare quattro chiacchere.
Le mie serate sono così, e le soffio via, lontane.
Poi, nel viaggio di ritorno, mi concentro sui ricordi della prima volta in quel posto sconosciuto e così lontano da casa mia. Poi, nel viaggio di ritorno, ti ritrovo in una canzone che avevo dimenticato di amare.
Voglio un sorriso, ma che sia fatto di sincerità.
Ti trovo insopportabile, mentre ripenso ai particolari del tuo corpo. La tua oscenità spalancata senza scelta.
Lo sai, non c'era scelta.
Lo sai, ti piaceva farti scopare fingendo sensi di colpa. Era più eccitante, dicevi, se io ero incazzata e violenta.
Era più eccitante, dicevi, se non avevo riguardi per le tue suppliche o per il tuo dolore.
La mia fica piscia sangue che vedo solo io.
Ormai credo di averti abortita.
Il gioco che preferisco ultimamente è prendere il cuore altrui e schiacciarlo fra le mie mani, per poi pentirmi e chiedere scusa e farmi male.
Ma ora basta.
Ora devo avere cura solo di me.
Il mio inconscio sa qual'è la strada giusta, e comunica con me ancora attraverso gli incubi. Ma non credo di essere in grado di seguire i suoi consigli. Non penso di essere in grado di poter fare la cosa giusta.
L'arte porta arte.
Ho perso il controllo dei pensieri, scappano e fanno di me quello che vogliono.
Così, passivamente, penso al fatto che mi piace dare una definizione a tutto. Certi avvenimenti della mia vita sono descritti con una sola parola. La lettera maiuscola del nome proprio, il resto minuscolo.
Gli avvenimenti della mia vita sono nomi propri. Così quelle volte in cui è successo si chiamano "Quellochemièsuccesso", quando ho perso quella persona si chiama "Dolore", la mia malattia "Vuoto", e via dicendo, in un infinito vocabolario che solo io capisco, che solo io so leggere nel modo giusto.
Il primo morso, il primo sorso, la prima forchettata, il primo tocco, per tutto questo c'è una sola parola, c'è un solo significato.
L'unico avvenimento che non sono ancora riuscita a battezzare è stata la tua perdita, ma è qualcosa che non voglio fare. Non ancora, almeno. Quando si dà il nome a qualcosa lo si definisce per sempre, e non c'è più via di scampo, lo si imprigiona. Resta per sempre quello. E non voglio che tu (noi) rimanga per sempre chiusa in un nome.
Non ancora, almeno.
Mentre cado giù (o a quanto pare è proprio quello che è successo), vedo qualcosa. Nella mia testa vedo qualcosa. Vedo delle macchine, forse, vedo dei feti. Vedo qualcosa che mi fa tornare su comunque, con un colpo di tosse da conato di vomito.
Il mio nome è Terra e le cose non saranno mai più come prima.
Basta. Per favore, basta.
Chiudete tutti la bocca.
Sarebbe così bello non sentire più niente. Mai più.