Feelings are goners.
Quando ero più piccola mi sentivo abbonata al club degli sfigati. Da adolescente (ma ne sono mai uscita?) ero abbonata al club delle persone strane. Troppo sensibile, troppo taciturna. Troppi pensieri e troppi psicofarmaci.
I pantaloni stracciati, il look un pò Grunge. Ammazzarmi di canne durante le ore di scuola. E tutte quelle poesie, e tutti quei disegni mostruosi sul banco.
I miei pensieri violati, la mia identità svelata. Ero un'essere completamente astratto. E sempre le stesse parole in testa. Chi ha avuto la pazienza di starmi dietro? Chi ha cercato di aiutarmi e non di emarginarmi? Avrei potuto fare di tutto, non sarebbe importato a nessuno.
Ma ne sono mai uscita?
Ho una guida piuttosto tranquilla. Sono attenta e ben disciplinata. Le curve e le manovre pesanti mi mettono un pò in crisi, ma sono solo all'inizio.
Ho trovato qualcosa che mi svuota la mente e non mi fa pensare a nulla. Qualcosa di positivo, forse.
In conclusione di serata
Sconosciuta, indicando tre suoi amici: "Ragazze, ma voi uscireste con uno di loro tre?"
Sister, dopo un momento di silenzio: "Ciao ragazzi, buonanotte eh!"
L'elogio dell'acidità. Della serie: "Ma cosa state scaricando?" "Tante cose".
La mia rabbia odora di tabacco ancora umido, dopo mesi di reclusione.
Mi graffio per non sentirmi minore.
Mi odio per non essere mai stata migliore.
Mi piace continuare ad ascoltare questa musica così triste che mi rende pesanti gli occhi. Come se non fossero già gonfi di lacrime che non vogliono uscire per niente al mondo.
Riesco solo ad essere interessante nel mio passato. E mi colpisco la testa per sanguinare, ma senza nessun risultato evidente. Eccoli, sei graffi freschi sulla mia parte più evidente. Sulla mia parte a cui nessuno può accedere.
Sei graffi fatti con le mie unghie, quando meno me lo aspettavo. Tanto che li ho dimenticati in poco tempo. E quando li guardo, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrido e ne sono felice. Mi ricordo di quando mi chiudevo in bagno ed infierivo sulle mi braccia. Leccavo via il sangue ancora caldo e speravo di rifarlo al più presto. E mi piaceva quella sensazione di onnipotenza nel voler nascondere quel piccolo segreto, tutto mio, solo mio, soltanto mio. Mio.
Le posso ancora contare, le cicatrici. E mi piace farlo, a volte. Ma non trovo più taglierini e il mio portafoglio si è impigrito. Così le mie unghie malcurate fanno il loro dovere in graffi che scompaiono dopo qualche giorno di paziente attesa.
Vorrei essere immune da tutto.
Tu mi sbatti davanti la verità, e io rimpicciolisco fino a scomparire nel mio dolore. Nel mio sentirmi una nullità.
E la terapia si basa quasi solo su questo, su tutto quello che sono diventata. Sulla mia costante autodistruzione. Non era rabbia verso di te, ma rabbia verso di me. Questa me che odio e che non sopporto di guardare neanche allo specchio. Questa me che mi infastidisce continuamente per le sue crisi, per i suoi piagnistei.
Ma l'umiliazione costante mi rende così. Esposta. Si, esposta. Nuda. Ed essere nuda non mi è facile, quando mi riparo costantemente dietro un'armatura fatta di diamanti e ghiaccio. Che più o meno sono la stessa cosa.
Mi voglio dimenticare di tutto.
Non solo piastrine.
Mi piace contare i gradini di ogni scala che faccio. Nella vecchia casa lo facevo insistentemente e continuamente. Volevo avere la certezza di non sbagliarmi sul numero dei passi veloci che avrei dovuto fare.
Le ragazzine passavano davanti ai miei occhi e io avrei voluto essere come loro. Volevo fumare come loro e volevo anche saper fare pompini come loro, anche se ancora non sapevo cosa fossero. Ma sentivo dire quella parola e volevo saperla attuare.
Con il passare degli anni ho scoperto che il sesso maschile non mi piaceva, l'alba arrivava per me per portarmi nel mio mondo di depressione. Non mi piaceva neanche dormire perchè gli incubi si moltiplicavano nel sonno. Non mi piaceva neanche pensare di poter essere migliore perchè non ci sarei riuscita.
Le ragazzine si scopavano i ragazzi e io agoniavo a quello che avevano fra le gambe loro, a quel mistero che era la ferita che sapeva di donna e di vita.
Non ho mai guardato il mondo con gli occhi puri di chi non sa cosa sia il dolore.
Dopo mesi di silenzio, sei ricomparsa. Piacevole fantasma. E con te sono ricomparse altre cose che credevo perse.
Qualche parola qua e là. Una foto. Ma forse non sono più malata di te e posso parlarti e sentirti parlare piacevolmente, senza difficoltà. La tua voce grave, la tua risata squillante. Non c'è imbarazzo in tutto questo.
Non sono mai stata capace di stare lontana dal ricordo di te.
Lo sai 3le, che non parlo mai di te? Sei il mio piccolo segreto prezioso come quella carta pregiata di Lady Oscar. Come la tua scatola della felicità che credo di aver perso e di non voler più cercare. Alla fine ti ho conosciuta per caso, e tutto quello che sei tornerà da me per caso. Questo lo so.
Lo sai 3le, ricordo di quella volta quando mi hai guardata dritta nell'anima e mi hai detto "Ti vorrei dipingere nuda". E io timidamente ho declinato arrossendo, sentendomi la modella più brutta e sgraziata di questa terra. Ma ti avrei voluto fottere lì. Su quel pavimento mentre al di là degli archi pioveva a dirotto e la gente ci guardava male perchè bevevamo birra alle 10 del mattino. Si, ti avrei voluto scopare lì, ma abbiamo finito per picchiarci e il tuo sangue ha sporcato la mia maglia bianca. Proprio quella bianca. Come te.
E poi il tuo capello addosso, che cercavo di mettere via, in una busta per un tuo ricordo perchè mi dovevo ricordare dei petali ma non di te. Avevo troppi interrogativi su di te per capirti.
Non sei solo la mia personale Jim Morrison al femminile. Sei molto di più. E mi pento e mi dolgo per tutti i pensieri peccaminosi su di te, per tutte le volte che non ti ho avuta e per quell'unico sfiorarsi di labbra nel tuo territorio.
Nel tuo fottuto territorio, dove io ero la preda dei tuoi occhi verdi e dove non sapevo dove cazzo nascondermi per non farti vedere tutta me stessa. E poi è andato tutto così, come doveva andare. E ti rifiuto cortesemente ora, perchè ho sempre più paura di te.
Ma non saprai mai tutto quello che c'è da sapere su di me. Perchè ti ho mentito ed è stato per il mio bene.
Sono ubriaca. Il rum viaggia per il mio corpo. Il mio cervello leggero leggero.
Passata la mezzanotte è tornato tutto come prima, peggio di prima.
La casa che si allunga, si allarga, mi inghiotte, e io vorrei solo vomitare e stare male per avere la scusa per dormire. Una luce, cosa c'è nel fondo dei miei occhi, dottore? Lo può vedere tutto il dolore, oppure si limita ad un'analisi del tutto medica senza ritagli personali? Perchè posso fare paura, e questo lo so. Perchè a volte i miei occhi non hanno fondo e a volte invece palesano la mia condizione.
Non mi invento le cose, dottore. Non riesco a fissare lo stesso punto per più di untot di tempo. Poi comincio a vedere quelle cose. E domani mi sarò dimenticata tutto quello che ho fatto oggi, compreso il rum e il mio mal di testa.
La casa che mi divora con i suoi rumori molesti e gli occhi che non ci arrivano a vedere oltre il buio. Oltre ogni buio.
Oltre ogni mio limite.
Mi sento sempre più giù. Sono vulnerabile a tutto. "E' la terapia". No. Sono io, non è la terapia. Sono io che soffro di un carattere e di un umore completamente instabile. Credo di essere potenzialmente pericolosa.
Vorrei un concerto. Una canna. Una birra. Un'altra sigaretta. Vorrei il tuo corpo per quello che è. Le tue mani per quello che sanno farmi.
Non ho sempre me, non ho mai avuto me stessa e quindi devo andare in analisi. Analisi profonda. Perchè non sono mai guarita veramente e un colloquio non basta per farmi capire. Ma con me stessa, quand'è che ci parlerò ancora?
Sono come il mostro Blob. Mi nutro in modo viscido e accurato dei sentimenti altrui. Rinchiudetemi in una scatola trasparente, dove neanche le malattie possono entrare. Dove il mio cuore possa stare seduto immobile per l'eternità.